LA DIFFERENZA TRA STUDIOSI E PREDICATORI
- FIDC-UCT

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Ci sono interventi che aiutano a riportare il confronto sulla gestione faunistica dentro i suoi confini naturali: quelli della conoscenza, della scienza e della responsabilità. È il caso della riflessione di Giampiero Sammuri, già Presidente nazionale di Federparchi, che pubblichiamo integralmente perché affronta con equilibrio alcuni dei temi che stanno animando il dibattito di queste settimane in Toscana.
Il punto centrale, che condividiamo, è proprio quello che troppo spesso sembra essere stato smarrito: la conservazione e la gestione della fauna selvatica devono tornare al centro delle decisioni. Non gli slogan, non le appartenenze ideologiche e neppure l’utilizzo dei pareri tecnico-scientifici soltanto quando risultano funzionali alla propria posizione.
Nel suo intervento Sammuri entra nel merito delle questioni relative a capriolo e ibis sacro, distingue le valutazioni tecniche dalle presunte concessioni al mondo venatorio e pone una domanda particolarmente significativa a chi oggi invoca il rispetto assoluto dei pareri ISPRA: perché lo stesso principio non è stato sostenuto con altrettanta convinzione quando l’Istituto espresse parere favorevole all’eradicazione del muflone dall’Isola del Giglio?
È proprio qui che passa la differenza tra chi studia i problemi e prova a governarne la complessità e chi, invece, li utilizza per alimentare una narrazione precostituita.
La fauna selvatica non può essere amministrata attraverso contrapposizioni ideologiche tra "pro" e "contro" la caccia. Deve essere conservata e gestita sulla base delle conoscenze scientifiche, delle condizioni reali dei territori e degli equilibri tra conservazione della biodiversità, attività agricole e presenza delle diverse specie.
Per questo riteniamo utile proporre integralmente questa riflessione: perché, al di là delle singole conclusioni sulle quali si può anche discutere, restituisce al dibattito ciò che oggi serve più di ogni altra cosa: metodo, competenza e capacità di distinguere la gestione faunistica dalla propaganda.
Recentemente sui social e sui media sono apparse forti prese di posizione, soprattutto di stampo animalista, che etichettano la Regione Toscana come filo-venatoria perché consente la caccia al capriolo e al’ibis sacro discostandosi dal parere di ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Sarà anche una Regione filo-venatoria, ma in tal caso non mi spiego perché la più grande associazione venatoria italiana, la Federcaccia, stia da mesi portando avanti una durissima contestazione sul Piano faunistico regionale. Più che filo-venatoria, a me sembra una gestione filo-confusionaria.
Per prima cosa è opportuno chiarire la natura giuridica del parere di ISPRA in materia di gestione faunistica. Nel recente dibattito sulla modifica della legge 157/92, il cosiddetto DDL caccia, molti hanno sostenuto, erroneamente, che la proposta abolirebbe “il parere vincolante di ISPRA”. In realtà, nella normativa vigente, il parere di ISPRA è obbligatorio, ma non vincolante. Altrimenti la Regione Toscana non potrebbe discostarsene, come ha fatto proprio nei due casi che esaminiamo.
Caccia al capriolo
A leggere certi commenti sui social, sembra che la Regione Toscana abbia deciso improvvisamente da quest’anno di permettere l’uccisione di questi “poveri animali”.
In realtà il capriolo è una specie cacciabile e da decenni viene cacciato in Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Province autonome di Trento e Bolzano, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Umbria, Marche, Lazio e, naturalmente, Toscana. Nelle altre Regioni non si caccia perché non è presente, come in Sardegna, oppure perché manca una tradizione o un interesse venatorio verso questa specie.
Secondo le stime ISPRA, ogni anno in Italia vengono abbattuti in attività venatoria mediamente 50-60 mila caprioli, compresi, ovviamente, quelli toscani.
Ma cosa ha detto ISPRA nel suo parere? Che la Toscana non deve cacciare il capriolo? Che ne vuole abbattere troppi? Che non devono essere abbattute femmine e piccoli?
Niente di tutto questo. ISPRA ha semplicemente indicato periodi di prelievo diversi di quelli indicati dalla Regione, a seconda del sesso e delle classi di età. Anche l’abbattimento di femmine e piccoli è previsto e condiviso, ma viene consigliato in periodi differenti rispetto a quelli scelti dalla Regione.
Personalmente, come mi succede nove volte su dieci, mi trovo d’accordo con il parere di ISPRA.
Ibis sacro
L’ibis sacro è una specie esotica invasiva di rilevanza unionale ai sensi del Regolamento UE n. 1143/2014 e dei successivi atti attuativi. Questo comporta per gli Stati membri specifici obblighi di gestione, contenimento o eradicazione.
Quindi intervenire sull’ibis sacro non solo è opportuno: è un obbligo derivante dalla normativa europea. Anche ISPRA è perfettamente d’accordo sulla necessità di ridurne la popolazione. La differenza con la Regione Toscana riguarda le modalità.
La Regione ritiene di poter perseguire l’obiettivo attraverso il prelievo venatorio in deroga, dato che l’ibis sacro non figura tra le specie ordinariamente cacciabili. ISPRA ritiene invece che gli abbattimenti debbano essere effettuati da personale adeguatamente formato e non durante la normale attività venatoria.
Una delle motivazioni indicate da ISPRA è il rischio che un cacciatore possa abbattere per errore un ibis eremita, specie protetta, scambiandolo per un ibis sacro.
Quando l’ho letto ho fatto un salto sulla sedia: possibile confondere due specie così diverse? Poi mi sono ricordato di una guida ambientale che, al passaggio di una cornacchia grigia, annunciò trionfante: “Ed ecco una bellissima poiana”. Cornacchia e poiana sono ancora più diverse tra loro di ibis sacro e ibis eremita.
Naturalmente sono convinto che la stragrande maggioranza dei cacciatori sappia distinguere le due specie, così come la stragrande maggioranza delle guide sa distinguere una cornacchia da una poiana. Ma c’è una differenza: se una guida sbaglia, fornisce una grave informazione errata ai turisti; se un cacciatore confonde un ibis eremita con un ibis sacro, il danno è decisamente maggiore.
Anche in questo caso, quindi, condivido il parere di ISPRA: gli abbattimenti di ibis sacro andrebbero incrementati, ma affidandoli a personale specializzato.
Conclusione
La Regione Toscana è filo-venatoria? Non direi, e non soltanto per le posizioni espresse dalla stessa Federcaccia.
Aprire la caccia all’ibis sacro significa fare un favore ai cacciatori? Non credo proprio. Per la conoscenza che ho di quel mondo, al cacciatore medio dell’ibis sacro importa ben poco. Qualcuno che ha approfondito il problema delle specie aliene invasive, se cacciando tutt’altro ne incontra uno, potrà anche “sprecare” una fucilata sapendo di contribuire alla conservazione della biodiversità. Ma non sarà certo l’ibis sacro a motivarlo ad andare a caccia.
Discostarsi dai pareri ISPRA su capriolo e ibis sacro è dunque una scelta filo-venatoria? No. È, più semplicemente, una scelta tecnicamente discutibile.
E ai paladini dei pareri ISPRA da rispettare sempre, non posso che dire: sono d’accordo. Salvo poi porre una domanda.
Dove erano costoro quando ISPRA dava parere favorevole all’eradicazione del muflone dall’Isola del Giglio, condividendone sia l’obiettivo sia i metodi?



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